Ogni agosto, insieme al campionato, riparte il rito nazionale del “ma quest’anno dove si vedono le partite?”. La risposta breve per la stagione in corso: la Serie A si vede su DAZN, che trasmette tutte le dieci partite di ogni giornata, tre delle quali anche su Sky in co-esclusiva. La risposta lunga riguarda un mercato da circa 900 milioni di euro a stagione che finanzia il calcio italiano, decide i bilanci dei club e disegna le offerte con cui le piattaforme si contendono gli abbonati. Vale la pena capirlo, perché i diritti TV sono il punto in cui sport, media e marketing si incontrano davvero.
La mappa attuale: chi ha cosa fino al 2029
L’assetto vigente nasce dall’assegnazione del ciclo 2024/25–2028/29: la Lega Serie A ha venduto il pacchetto principale a DAZN — tutte le partite, di cui sette a giornata in esclusiva — e un pacchetto complementare a Sky, che trasmette tre gare a giornata in co-esclusiva, per un valore complessivo nell’ordine dei 900 milioni di euro a stagione. A questo mosaico domestico si aggiungono le coppe europee, distribuite tra più operatori, componendo quella che la stampa ha ribattezzato “la giungla dei diritti”: l’appassionato che voglia tutto il calcio — campionato, coppe nazionali ed europee — deve combinare più abbonamenti, con una spesa annua complessiva che le analisi di settore collocano, nelle configurazioni massime, fino a diverse centinaia di euro.
Un ciclo quinquennale, va notato, è una scelta di stabilità: blocca i ricavi dei club e gli assetti distributivi per un periodo lungo, in cambio della rinuncia a rinegoziare al rialzo se il mercato dovesse surriscaldarsi.
Come si formano i prezzi: una filiera a tre livelli
Il meccanismo economico è una filiera. Al primo livello la Lega impacchetta il prodotto in lotti pensati per massimizzare la concorrenza tra broadcaster. Al secondo, le piattaforme trasformano il costo dei diritti in listini per gli abbonati: è il motivo per cui i prezzi degli abbonamenti sportivi si muovono a ogni stagione, come si vede puntualmente sui listini estivi di DAZN. Al terzo livello, l’audience generata diventa inventory pubblicitaria e leva commerciale: sponsorizzazioni, integrazioni, betting partnership dove consentite.
La tensione permanente del sistema sta nel confronto internazionale: la Serie A incassa dai diritti domestici sensibilmente meno della Premier League, e questa forbice si riflette a cascata sulla capacità di spesa dei club italiani. Da anni la Lega esplora strade per aumentare il valore — dal canale di lega alle alleanze con i fondi, fino alla crescita dei diritti esteri — con risultati alterni. Per chi analizza il settore, ogni asta dei diritti è un referendum sul valore percepito del prodotto-campionato.
Cosa significa per marketer e inserzionisti
Per il mercato pubblicitario, la frammentazione dei diritti ha una conseguenza pratica: l’audience del calcio non abita più in un solo posto. Pianificare sul calcio significa oggi comporre pay TV satellitare, streaming, chiaro (per nazionale e frammenti di coppe) e l’ecosistema digitale che circonda le partite — highlights, creator, podcast sportivi, i progetti eredi della stagione Bobo TV. Il contatto sportivo resta tra i più pregiati per attenzione ed engagement, ma va comprato su più tavoli, con misurazioni non sempre omogenee.
C’è anche una lettura per chi si occupa di strategia: il calcio insegna come la scarsità artificiale (l’esclusiva) crei valore e insieme attrito. Ogni esclusiva rende il contenuto più prezioso per chi la detiene e più costoso da raggiungere per il pubblico; oltre una soglia, l’attrito genera rinuncia — o pirateria, contro cui il sistema italiano ha risposto anche con strumenti normativi e tecnici dedicati. La gestione di questo equilibrio è, in fondo, il mestiere di chiunque venda accesso a contenuti o servizi premium.
Dove va il mercato
Le direzioni visibili sono tre. La prima è il consolidamento dello streaming come casa principale dello sport, con la TV tradizionale in ruolo complementare. La seconda è l’ingresso stabile delle grandi piattaforme tecnologiche globali nelle aste sportive dei principali mercati: quando accadrà in modo massiccio anche in Italia, i valori attuali potrebbero apparire modesti. La terza è la ricerca di ricavi diretti da parte delle leghe, con canali propri e distribuzione internazionale. Chi lavora nei media e nel marketing sportivo farebbe bene a seguire le prossime scadenze negoziali come si seguono i bilanci: è lì che si ridisegna, ogni volta, l’intero ecosistema.
Domande frequenti
Dove si vede la Serie A in questa stagione?
Tutte le partite della Serie A sono trasmesse da DAZN; tre gare per giornata sono visibili anche su Sky (e NOW) in co-esclusiva. L’assetto deriva dal ciclo di diritti 2024/25–2028/29 e resterà stabile fino alla prossima assegnazione.
Quanto valgono i diritti TV della Serie A?
Il ciclo domestico in corso vale complessivamente circa 900 milioni di euro a stagione, versati da DAZN e Sky alla Lega Serie A e ripartiti tra i club secondo i criteri previsti (quota egualitaria, risultati e radicamento del pubblico). A questi si sommano i diritti internazionali, storicamente inferiori a quelli dei campionati inglese e spagnolo.
Perché per vedere tutto il calcio servono più abbonamenti?
Perché i diritti sono venduti in pacchetti separati a operatori diversi: campionato su una piattaforma, coppe europee distribuite tra più broadcaster, coppe nazionali con assetti propri. La frammentazione massimizza i ricavi di chi vende, ma trasferisce sul tifoso il costo e la complessità della ricomposizione.
Quando si riassegnano i diritti della Serie A?
Il ciclo attuale copre le stagioni fino al 2028/29: le negoziazioni per il periodo successivo entreranno nel vivo con l’avvicinarsi della scadenza. Ogni nuova asta può ridisegnare piattaforme, prezzi al pubblico e ricavi dei club, ed è l’appuntamento che tutto l’ecosistema — media, sponsor, investitori — osserva con più attenzione.
