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Influencer Marketing

Normativa italiana sulla pubblicità tramite influencer: obblighi e trasparenza

Redazione
· · 20 min di lettura

Fino a pochi mesi fa, l’influencer marketing in Italia operava in una zona d’ombra legislativa, tollerata dalle istituzioni e sfruttata dai brand per massimizzare la portata organica dei messaggi promozionali. L’assenza di confini netti generava un mercato deregolamentato, dove la distinzione tra consiglio genuino e posizionamento a pagamento veniva sistematicamente sfumata. Oggi, quell’ambiguità strutturale non esiste più. Un errore di etichettatura, una omissione strategica o una mancata supervisione contrattuale espongono agenzie, aziende e content creator a sanzioni milionarie e a danni reputazionali irreversibili.

Il 2024 ha segnato uno spartiacque normativo definitivo. Le autorità di garanzia hanno tracciato un perimetro giuridico rigoroso, equiparando di fatto i grandi creator alle emittenti televisive e imponendo standard di trasparenza draconiani. Ignorare queste direttive significa operare fuori dalla legalità. Questo documento tecnico sviscera l’esatta architettura legale che governa le campagne social in Italia, fornendo a marketing manager, avvocati e professionisti del settore gli strumenti operativi per strutturare contratti, gestire le pubblicazioni e neutralizzare il rischio sanzionatorio.

Indice dei contenuti:

Il quadro normativo attuale in Italia: chi detta le regole?

La regolamentazione dell’influencer marketing non si appoggia su un singolo testo di legge redatto dal Parlamento. Si tratta piuttosto di un mosaico giuridico complesso, composto da direttive europee recepite, codici di autodisciplina elevati a standard di mercato e, più recentemente, delibere specifiche delle autorità di garanzia. Per operare correttamente, i brand devono allineare le proprie campagne alle direttive di tre enti distinti, ognuno con un raggio d’azione specifico e poteri sanzionatori differenti.

Comprendere l’intersezione tra questi tre pilastri normativi è l’unico metodo per blindare legalmente una campagna. Non basta inserire un hashtag generico: è necessario soddisfare contemporaneamente i requisiti di tutela del consumatore, le regole sui servizi media e gli standard etici pubblicitari. Analizziamo le fonti del diritto che governano il settore.

Le Linee Guida AGCOM (2024) e il TUSMA

A gennaio 2024, l’AGCOM ha approvato le Linee Guida ufficiali AGCOM per gli influencer per garantire il rispetto delle disposizioni del TUSMA. Il TUSMA (Testo Unico dei Servizi di Media Audiovisivi) è il decreto legislativo italiano che disciplina tutti i servizi media audiovisivi, inclusi quelli distribuiti via piattaforme online. Questa delibera cambia radicalmente lo status giuridico dei creator, trasformandoli in veri e propri fornitori di servizi media.

L’Autorità ha definito parametri quantitativi esatti: le regole si applicano ai soggetti che raggiungono almeno 1 milione di follower (calcolati sommando le diverse piattaforme) e che registrano un engagement rate medio pari o superiore al 2% su almeno un social network. Questa soglia separa i micro-influencer dai soggetti con un reale impatto sistemico sull’opinione pubblica.

Il richiamo al TUSMA impone obblighi che vanno oltre il tag pubblicitario. Gli influencer devono rispettare norme ferree sulla tutela dei minori, il divieto assoluto di incitamento all’odio e restrizioni severe sulle comunicazioni commerciali relative a prodotti specifici, come il gioco d’azzardo o gli alimenti ad alto contenuto di zuccheri diretti ai bambini.

Registro AGCOM degli Influencer: cos’è e come funziona

Con l’entrata in vigore delle nuove direttive, l’Autorità ha previsto l’istituzione di un vero e proprio registro professionale. Gli influencer che superano le soglie stabilite (1 milione di follower cumulativi e un engagement rate del 2%) sono tenuti a iscriversi all’elenco AGCOM, un adempimento formale che li equipara agli operatori dei servizi media audiovisivi tradizionali iscritti al ROC (Registro degli Operatori di Comunicazione).

La mancata iscrizione a questo registro non è una semplice svista amministrativa, ma costituisce una violazione diretta che espone il creator a controlli immediati. Per i brand e le agenzie, l’esistenza di questo elenco rappresenta uno strumento di tutela fondamentale: prima di avviare una campagna, è possibile verificare la posizione del talent e assicurarsi che operi all’interno della legalità.

In fase di scouting, l’utilizzo di piattaforme di influencer marketing a confronto permette non solo di analizzare le metriche di vanità, ma di incrociare i dati di engagement con i requisiti normativi, garantendo che la selezione ricada esclusivamente su professionisti conformi alle direttive statali.

L’AGCM (Antitrust) e il Codice del Consumo

Mentre l’AGCOM vigila sul mezzo e sul contenuto editoriale, l’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nota come Antitrust) interviene a tutela delle dinamiche di mercato e dei consumatori. L’impianto accusatorio dell’Antitrust si fonda sul Decreto Legislativo 206/2005, il Codice del Consumo, specificamente sugli articoli 20, 21 e 22 che disciplinano le pratiche commerciali scorrette e ingannevoli.

Il bersaglio principale dell’AGCM è la pubblicità occulta (o stealth marketing). L’assunto giuridico è semplice: il consumatore ha il diritto inalienabile di sapere se il contenuto che sta guardando è frutto di un’opinione disinteressata o se è stato finanziato da un’azienda. Nascondere l’intento commerciale altera la capacità decisionale dell’utente, spingendolo verso scelte di acquisto che altrimenti non avrebbe fatto.

L’Antitrust non fa sconti sulle metriche: a differenza dell’AGCOM, l’AGCM colpisce duramente anche campagne condotte da micro o nano-influencer. Se esiste un accordo commerciale non palesato, l’illecito si configura indipendentemente dal numero di follower. L’intervento dell’Antitrust si concentra sull’inganno perpetrato ai danni della buona fede del pubblico, sanzionando la mancanza di chiarezza immediata del messaggio promozionale.

La Digital Chart dell’IAP (Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria)

L’IAP è un organo privato, nato per volontà delle stesse aziende e agenzie di comunicazione al fine di autoregolamentare il mercato. Sebbene non sia un’istituzione governativa, il suo Codice di Autodisciplina e, nello specifico, la sua Digital Chart, rappresentano lo standard de facto utilizzato dai tribunali italiani e dalle stesse authority per valutare la correttezza di una campagna social.

La Digital Chart stabilisce il principio del “riconoscimento immediato del fine promozionale”. Significa che l’utente non deve compiere alcuno sforzo cognitivo o fisico (come aprire la sezione commenti o espandere un testo lungo) per capire che sta guardando una pubblicità. L’IAP ha codificato le best practice operative, definendo esattamente quali diciture utilizzare e dove posizionarle, creando un vocabolario visivo e testuale che le agenzie di PR devono imporre ai creator.

Aderire alle direttive IAP non è facoltativo per chi vuole operare in sicurezza. Molti contratti di influencer marketing includono clausole specifiche che obbligano il creator a rispettare il Regolamento IAP. In caso di violazione, l’Istituto emette un’ingiunzione di desistenza (il cosiddetto Giurì dell’IAP ordina la rimozione del contenuto), un provvedimento che spesso precede e innesca le più pesanti indagini dell’Antitrust.

Il “Caso Ferragni” (Pandoro-Gate): lo spartiacque normativo

L’evoluzione normativa descritta ha subito un’accelerazione violenta e irreversibile a fine 2023, a causa della vicenda mediatico-giudiziaria nota come “Pandoro-Gate”, che ha coinvolto l’imprenditrice digitale Chiara Ferragni e l’azienda dolciaria Balocco. Questo evento non è una semplice nota di colore, ma rappresenta il più importante case study giurisprudenziale italiano in materia di influencer marketing, avendo ridefinito i confini tra operazione commerciale e cause related marketing (beneficenza).

Il nucleo tecnico dell’infrazione rilevata dall’Antitrust risiede nell’asimmetria informativa creata ad arte. La comunicazione social e il packaging del prodotto lasciavano intendere ai consumatori che l’acquisto del pandoro griffato contribuisse direttamente a una donazione per l’Ospedale Regina Margherita di Torino. Le indagini dell’AGCM hanno invece dimostrato che la donazione era stata effettuata a monte dall’azienda, a cifra fissa, slegata dal volume delle vendite, mentre le società riconducibili all’influencer avevano incassato cachet milionari per la licenza del marchio e la promozione.

L’Antitrust ha classificato questa dinamica come una pratica commerciale scorretta e ingannevole, comminando sanzioni superiori al milione di euro. La motivazione giuridica è netta: il consumatore è stato indotto ad acquistare un prodotto a un prezzo maggiorato (rispetto al pandoro standard) facendo leva sulla sua sensibilità verso le iniziative benefiche, alterando così in modo illecito il suo comportamento economico.

L’onda d’urto di questa sanzione ha costretto il legislatore a intervenire. Il caso ha evidenziato l’inadeguatezza degli strumenti di controllo preventivo, spingendo l’AGCOM a varare le sue Linee Guida in tempi record e a istituire un tavolo tecnico per la stesura di un “Codice di Condotta” definitivo per gli influencer. Da quel momento, la tolleranza verso le ambiguità comunicative è scesa a zero, costringendo i dipartimenti legali delle aziende a riscrivere integralmente le policy di ingaggio dei talent.

Obblighi di trasparenza: le regole pratiche per i Content Creator

La conformità legale si traduce in azioni pratiche e inequivocabili che il creator deve eseguire al momento della pubblicazione del contenuto. L’intento promozionale deve essere palesato in modo chiaro, preventivo e in lingua italiana. La prassi di nascondere gli hashtag, utilizzare acronimi incomprensibili o affidarsi a diciture vaghe costituisce oggi una violazione diretta delle norme a tutela del consumatore.

La trasparenza non è un suggerimento stilistico, ma un obbligo strutturale. Le agenzie e i brand hanno il dovere di fornire direttive precise ai creator e di verificare che queste vengano applicate prima che il contenuto diventi virale. Analizziamo le regole sintattiche e visive imposte dalle autorità.

Quali hashtag utilizzare (e quali evitare assolutamente)

La conformità legale si traduce in azioni pratiche inequivocabili. L’intento promozionale deve essere palesato in modo chiaro, preventivo e in lingua italiana. La prassi di nascondere gli hashtag o utilizzare acronimi incomprensibili costituisce oggi una violazione diretta delle norme a tutela del consumatore.

Dove posizionare esattamente gli hashtag nel post

Il posizionamento delle diciture di trasparenza è cruciale quanto la dicitura stessa. Secondo la Digital Chart IAP, vige la regola dei ‘primi 3 hashtag’: l’hashtag dichiarativo deve comparire tra i primi tre hashtag della caption. Nei post feed (Instagram, Facebook, LinkedIn), l’hashtag deve essere visibile immediatamente, senza che l’utente debba cliccare su ‘scopri di più’ o ‘altro’.

Le regole variano in base al formato. Nelle Stories di Instagram e nei Reel di TikTok, la dicitura deve apparire in sovrimpressione nei primi 3 secondi del video, utilizzando un font leggibile e in netto contrasto cromatico con lo sfondo. Nei video di YouTube, la natura commerciale deve essere menzionata verbalmente dal creator all’inizio del video e inserita nella prima riga della descrizione, ben sopra il pulsante ‘Mostra altro’.

È fondamentale utilizzare solo hashtag accettati dalle autorità: #ADV, #Pubblicità, #Sponsorizzato, o #InCollaborazioneCon_[Brand]. Sono invece assolutamente da evitare hashtag considerati insufficienti o fuorvianti dall’IAP, come #Ad, #Sp, #Collab, #Promo o #Thanks. Infine, oltre all’hashtag testuale, è obbligatorio attivare il tool nativo ‘Contenuto brandizzato’ (Branded Content) offerto dalle piattaforme come Instagram o TikTok, che aggiunge la dicitura ‘Partnership pubblicizzata’ sotto il nome utente.

La differenza legale tra ADV, Gifted, Supplied e Invito

Nel vocabolario dell’influencer marketing, ogni termine porta con sé specifiche responsabilità giuridiche. L’AGCM ha chiarito che, anche in assenza di un compenso monetario diretto, la semplice fornitura gratuita di un prodotto configura un rapporto commerciale che deve essere dichiarato al pubblico.

Un caso particolare, spesso trascurato, è quello dell’Autopromozione. Quando un creator promuove un brand di sua proprietà o una linea di prodotti a suo nome (come nel celebre caso delle uova di Pasqua di Chiara Ferragni), si applicano le medesime regole di trasparenza. In questo scenario, l’utente deve essere informato del legame commerciale tramite l’hashtag #Autopromozione o #ProdottoDaMe.

Tipo di collaborazione Definizione Hashtag obbligatorio Obbligo contrattuale Esempio pratico
ADV Collaborazione retribuita economicamente #ADV, #Pubblicità Sì, contratto scritto ‘Brand X mi paga per recensire il prodotto Y’
Gifted Prodotto regalato senza obbligo di post #Gifted, #GiftedBy[Brand] No, ma consigliato ‘Ho ricevuto questo prodotto in regalo senza obblighi’
Supplied Prodotto fornito con accordo di pubblicazione #Supplied, #ADV ‘Brand X mi ha fornito il prodotto per creare questo video’
Invito Partecipazione a evento o press tour #InvitedBy[Brand], #ADV Dipende dagli accordi ‘Sono stata invitata all’evento esclusivo di Brand X’
Autopromozione Promozione di un brand di proprietà del creator #Autopromozione N/A ‘Vi presento la nuova linea del mio brand di skincare’

Responsabilità legali: chi paga in caso di infrazione?

Uno degli errori strategici più gravi commessi dalle aziende è delegare interamente la responsabilità della compliance legale all’influencer. Esiste una falsa credenza secondo cui, una volta pagato il compenso, se il creator “dimentica” di inserire l’hashtag #adv, la colpa e le conseguenze ricadano esclusivamente su di lui. La giurisprudenza italiana e le prassi dell’Antitrust dimostrano l’esatto contrario. Il sistema sanzionatorio è costruito per colpire l’intera filiera produttiva della campagna.

Brand, centri media, agenzie di PR e talent agency sono chiamati a rispondere attivamente del materiale pubblicato. Non è sufficiente sperare che l’influencer conosca le regole; è obbligatorio imporle, verificarle e, se necessario, sanzionare internamente le violazioni prima che lo faccia lo Stato.

Il principio della Responsabilità in Solido

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato applica rigorosamente il principio della responsabilità in solido. Quando viene accertata una pratica di pubblicità occulta, l’Antitrust apre l’istruttoria e notifica le sanzioni amministrative a tutti i soggetti coinvolti nell’operazione commerciale.

Viene multato l’influencer, in quanto esecutore materiale dell’illecito e volto della comunicazione ingannevole. Viene multato il brand committente, in quanto beneficiario economico finale della visibilità illecita e responsabile in culpa in vigilando (colpa per mancata supervisione). Vengono multate le agenzie intermediarie, qualora abbiano gestito il budget, redatto i brief o fatto da tramite senza assicurare il rispetto delle normative vigenti.

Nessun anello della catena è esente. L’Antitrust ritiene che l’azienda inserzionista abbia il dovere preciso di monitorare l’operato dei soggetti a cui affida la propria immagine. Se un influencer pubblica un contenuto senza l’adeguata trasparenza, il brand deve intimare l’immediata correzione o la rimozione del post. L’inerzia dell’azienda viene punita severamente.

Come tutelarsi: l’importanza del Contratto di Influencer Marketing

L’unico scudo legale efficace per proteggere le parti coinvolte è un contratto di influencer marketing redatto da legali esperti in diritto digitale. Gli accordi verbali o i semplici scambi di email con un brief creativo non hanno alcun valore protettivo in sede di istruttoria. Il contratto deve trasformare le raccomandazioni in obbligazioni giuridiche vincolanti.

Un contratto solido deve contenere clausole specifiche che obblighino formalmente il creator a rispettare la Digital Chart IAP, le linee guida AGCOM e il Codice del Consumo. Deve indicare esattamente quali hashtag usare, dove posizionarli e imporre l’uso dei tool nativi delle piattaforme. Inoltre, deve prevedere un processo di approvazione preventiva dei contenuti da parte del brand prima della messa online.

Elemento fondamentale per la tutela dell’azienda è la clausola di manleva. Attraverso questa disposizione, il creator si impegna a rimborsare e tenere indenne il brand da qualsiasi sanzione economica o spesa legale derivante dal mancato rispetto delle regole di trasparenza da parte sua. A questa si affianca la clausola morale (o bad boy clause), che permette al brand di risolvere immediatamente il contratto e richiedere i danni qualora i comportamenti dell’influencer (anche slegati dalla campagna) generino uno scandalo capace di danneggiare la reputazione dell’azienda associata.

Sanzioni e Rischi: cosa succede se non si rispettano le regole

Sfidare le autorità di controllo omettere le diciture di trasparenza per ottenere qualche punto percentuale in più di engagement è un azzardo matematicamente a perdere. L’innalzamento dei tetti sanzionatori e l’aumento dei controlli a campione (spesso innescati da segnalazioni di utenti o di associazioni dei consumatori come il Codacons) rendono il rischio di essere scoperti altissimo.

Le conseguenze di una violazione si muovono su due binari paralleli e altrettanto distruttivi: il salasso economico imposto dallo Stato e l’annientamento del capitale fiduciario sul mercato. Analizziamo i numeri e gli scenari reali.

Multe AGCM e AGCOM (I numeri)

Il rischio di operare fuori dalle regole non si calcola solo in termini di danno d’immagine, ma in sanzioni pecuniarie che possono mettere in ginocchio un’azienda. Le authority italiane hanno dimostrato di non fare sconti, applicando il massimo edittale nei casi di recidiva o di grave inganno ai danni dei consumatori.

Autorità Tipo di violazione Sanzione minima Sanzione massima
AGCM Pubblicità occulta / Pratica commerciale scorretta € 5.000 € 10.000.000
AGCOM Violazione Linee Guida TUSMA (Trasparenza) € 10.000 € 250.000
AGCOM Violazione tutela dei minori € 30.000 € 600.000
IAP Violazione Digital Chart Ingiunzione di cessazione Pubblicazione della decisione
Piattaforme Social Mancata disclosure tramite tool nativi Shadow ban Chiusura account (Strike)

Questi numeri dimostrano che l’influencer marketing non è più un gioco di visibilità, ma un settore industriale regolamentato dove la compliance legale è il primo requisito per operare.

Danno reputazionale e “Shitstorm”

Per quanto le sanzioni economiche siano ingenti, il vero colpo di grazia per un creator o per un brand è rappresentato dal danno d’immagine. Nel mercato dell’attenzione, la fiducia della community è l’unico vero asset monetizzabile. Quando un’autorità certifica pubblicamente che un influencer ha ingannato i propri follower, si innesca una reazione a catena mediatico-sociale difficilmente arginabile.

La cosiddetta shitstorm (tempesta mediatica) si traduce in una massiccia perdita di follower, nell’assedio alle sezioni commenti e nel boicottaggio attivo. I brand associati al talent, per proteggere la propria reputazione, attivano le clausole di rescissione contrattuale, ritirano i prodotti dal mercato e interrompono i pagamenti. L’influencer perde non solo i contratti in essere, ma viene inserito nelle black-list delle agenzie media, precludendosi opportunità di guadagno future. Per l’azienda coinvolta, il danno si calcola in termini di crollo delle vendite, sfiducia degli azionisti e costi esorbitanti per le campagne di crisis management necessarie a ripulire il posizionamento del marchio.

La nuova frontiera: Regole per i Virtual Influencer e l’Intelligenza Artificiale

Il diritto fatica sempre a tenere il passo della tecnologia, ma le autorità italiane ed europee stanno già tracciando i confini operativi per la gestione dei Virtual Influencer e degli avatar generati dall’Intelligenza Artificiale. Entità digitali come Lil Miquela o Aitana Lopez generano milioni di euro in contratti pubblicitari, ponendo sfide legali inedite sulla trasparenza e sull’inganno visivo.

Le regole attuali stabiliscono un principio di base: l’uso di un avatar non esime il creatore (o l’agenzia che ne detiene i diritti) dal rispetto delle norme sulla pubblicità. Se un Virtual Influencer indossa abiti di un brand a fronte di un compenso, il contenuto deve riportare l’hashtag #adv esattamente come se fosse una persona in carne ed ossa. La responsabilità legale ricade sulla società o sulla persona fisica che controlla e monetizza l’avatar.

A questo si aggiunge un ulteriore, critico livello di trasparenza. In linea con il nascente AI Act europeo e con le recenti policy di piattaforme come Meta (Instagram/Facebook) e TikTok, diventa obbligatorio palesare la natura artificiale del contenuto. Un brand che utilizza un influencer generato dall’IA deve dichiarare non solo l’intento commerciale, ma anche che l’immagine mostrata è sintetica, utilizzando le etichette “Generato con IA” (AI Generated) fornite dai social network. Mostrare un volto artificiale dalla pelle perfetta per vendere una crema anti-rughe, senza dichiarare che l’immagine è frutto di calcolo computazionale, configura un grave illecito per pubblicità ingannevole, sanzionabile duramente dall’Antitrust.

Best Practice per campagne a norma (Checklist)

Operare nel pieno rispetto della legalità richiede metodo e procedure standardizzate. La conformità normativa non deve essere vista come un ostacolo alla creatività, ma come un protocollo di sicurezza che protegge gli investimenti e la reputazione di tutti gli attori coinvolti. Ecco la checklist operativa definitiva per strutturare campagne di influencer marketing inattaccabili.

  • Firma sempre un contratto scritto e dettagliato: Elimina gli accordi informali. Inserisci clausole di manleva, bad boy clause e riferimenti espliciti alle norme AGCOM, AGCM e IAP.
  • Usa i tool nativi dei social per le partnership: Attiva sempre l’etichetta “Partnership retribuita” di Instagram o equivalenti su altre piattaforme. È

    Penalizzazioni algoritmiche delle piattaforme: Shadow Ban e Demonetizzazione

    Oltre alle sanzioni pecuniarie statali, i creator e i brand devono affrontare il tribunale invisibile degli algoritmi. Lo shadow ban è una penalizzazione algoritmica non notificata che riduce drasticamente la visibilità dei contenuti di un account sui social media. Piattaforme come Instagram, TikTok e YouTube applicano questa restrizione quando rilevano contenuti promozionali non dichiarati attraverso i loro strumenti nativi.

    La demonetizzazione è un altro rischio concreto: i network possono escludere il creator dai programmi di ripartizione dei ricavi pubblicitari se le policy sui contenuti brandizzati vengono violate ripetutamente. In casi estremi, TikTok e YouTube procedono con la rimozione forzata del video e l’assegnazione di uno ‘strike’, che può portare alla chiusura definitiva del canale.

    Per le aziende, queste penalizzazioni si traducono in un danno economico diretto. Se l’influencer subisce uno shadow ban durante il lancio di un prodotto, la campagna perde istantaneamente la sua reach organica. È fondamentale monitorare indicatori pratici, come il crollo improvviso delle visualizzazioni o l’assenza dei post nei feed degli hashtag, e prevedere contrattualmente meccanismi di recovery.

    Normativa influencer marketing in Europa: confronto con GDPR e DSA

    Le campagne digitali raramente si fermano ai confini nazionali. Un brand italiano che collabora con talent stranieri deve necessariamente confrontarsi con il framework normativo europeo. Il Digital Services Act (DSA) ha introdotto obblighi stringenti per le piattaforme, imponendo loro di moderare attivamente i contenuti commerciali illeciti e di garantire la tracciabilità degli operatori economici.

    A livello di singoli Stati, la Francia ha varato nel 2023 la ‘Loi Influenceurs’, attualmente una delle normative più severe in Europa, che vieta categoricamente la promozione di chirurgia estetica e criptovalute tramite influencer. Anche la Germania, con il suo Medienstaatsvertrag, impone regole di etichettatura rigorose che non tollerano ambiguità.

    Inoltre, l’impatto del GDPR sulle campagne di influencer marketing è massiccio. La raccolta di dati tramite link affiliati, i pixel di tracciamento inseriti nelle landing page promosse dai creator e la gestione dei giveaway devono rispettare il consenso esplicito dell’utente. Ignorare la dimensione europea significa esporre l’azienda a sanzioni transfrontaliere che possono superare quelle nazionali.

    FAQ: Domande frequenti sulla normativa influencer marketing

    Quando è obbligatorio usare l’hashtag #ADV?

    L’hashtag #ADV è obbligatorio ogni volta che esiste un accordo commerciale tra brand e creator. Questo include non solo il pagamento in denaro, ma anche la fornitura gratuita di prodotti (Supplied), i servizi in omaggio o l’invito a eventi esclusivi. La Digital Chart IAP e l’AGCM impongono che il fine promozionale sia immediatamente riconoscibile dall’utente.

    Qual è la differenza tra ADV, Gifted e Supplied?

    L’ADV indica una collaborazione retribuita economicamente tramite contratto. Il termine Gifted si usa quando il prodotto è stato regalato dal brand senza alcun obbligo di pubblicazione da parte del creator. Supplied, invece, si utilizza quando il prodotto è fornito gratuitamente ma con l’accordo esplicito di creare e pubblicare contenuti promozionali.

    A chi si applicano le Linee Guida AGCOM del 2024?

    Le Linee Guida AGCOM si applicano specificamente agli influencer che raggiungono almeno 1 milione di follower, calcolati sommando tutte le piattaforme su cui operano. Inoltre, devono registrare un engagement rate medio pari o superiore al 2% su almeno un social network per essere equiparati ai fornitori di servizi media audiovisivi.

    Quali sanzioni rischia chi non rispetta le regole?

    Le sanzioni sono severissime. L’AGCM può multare la pubblicità occulta con cifre che arrivano fino a 10 milioni di euro. L’AGCOM prevede sanzioni da 10.000 a 250.000 euro per violazione delle linee guida sulla trasparenza. A queste si aggiungono le penalizzazioni algoritmiche delle piattaforme, come lo shadow ban e la demonetizzazione dell’account.

    Cosa deve contenere un contratto di influencer marketing?

    Un contratto solido deve includere l’identificazione delle parti, i deliverable richiesti, il compenso e le tempistiche. Sono fondamentali le clausole di esclusiva, la cessione dei diritti di proprietà intellettuale, le penali per inadempimento e l’obbligo esplicito di conformità normativa alle regole AGCOM, AGCM e IAP (uso corretto degli hashtag).

    I micro-influencer sono esenti dalle regole sulla pubblicità?

    Assolutamente no. Sebbene le Linee Guida AGCOM si applichino solo ai creator sopra 1 milione di follower, il Codice del Consumo dell’AGCM e la Digital Chart IAP si applicano a tutti, indipendentemente dai numeri. Qualsiasi contenuto con finalità commerciale non dichiarata da parte di un micro-influencer costituisce pubblicità occulta sanzionabile.

    Dove posizionare l’hashtag #ADV nel post?

    L’hashtag #ADV (o #Pubblicità) deve essere posizionato tra i primi tre hashtag della caption, risultando immediatamente visibile senza che l’utente debba cliccare su ‘altro’. Nelle Stories e nei Reel, la dicitura deve apparire in sovrimpressione fin dai primi secondi, con un font chiaro e ben contrastato rispetto allo sfondo del video.